sabato, 02 maggio 2009

In un (neanche troppo) vecchio articolo di Fiorella Kostoris apparto sul Sole 24 Ore del 19 marzo 2004, si proponeva di rinunciare, anche solo temporaneamente, a una settimana di vacanze l’anno per aumentare il PIL di un 0.3-0.4 aggiuntivo. Questo, si argomentava, in quanto la forza lavoro italiana avrebbe nel corso degli anni sempre più scambiato tempo di lavoro con tempo libero, abdicando all’imperativo della crescita continua in favore di una meno competitiva attitudine all’otium. Al di là della semplice constatazione che il tempo medio annuo lavorato per occupato è in costante decrescita nella maggior parte dei paesi occidentali già da diversi anni, ci si potrebbe chiedere, come già fece Francesco Daveri su Lavoce.info poco dopo l’articolo della Kostoris, se una crescita (temporanea) basata sulla spremitura (in termini di ore lavorate) della forza lavoro sia preferibile a una crescita (persistente) basata su innovazione e aumento della produttività (caratteristiche di cui il sistema-Italia avrebbe realmente bisogno).

Innanzitutto partiamo dall’analisi della Kostoris, che afferma che l’Italia nel 2000 avrebbe un monte ore lavorate per addetto corrispondente all’89% rispetto a quello statunitense. La stima è evidentemente tratta dall’OECD Emplyment Outlook del 2003, rapportando l’”Average annual hours actually worked per person in employment – Total employment” italiano a quello USA (il risultato esatto è 88,93%). Già qui sarebbe richiesta qualche cautela metodologica (come solitamente non fatto nell’allegro utilizzo dei dati nella maggior parte degli studi cross-country che cercano di comparare sistemi estremamente eterogenei), ribadita tra l’altro poco sotto nelle note dell’OECD: “The concept used is the total number of hours worked over the year divided by the average numbers of people in employment. The data are intended for comparisons of trends over time; they are unsuitable for comparisons of the level of average annual hours of work for a given year, because of differences in their sources.” Se andiamo a vedere la costruzione del dato per gli Stati Uniti, sempre a fondo tabella, troviamo specificato: “United States: Secretariat estimates are based on unpublished data supplied by the Bureau of Labor Statistics (BLS). Estimates of annual hours actually worked per job on the basis of the Current Employment Statistics (CES) and the Current Population Survey (CPS) are multiplied by one plus the rate of multiple jobholding from the CPS to produce estimates of annual working time on a per worker basis, as it is the case for most countries.” In pratica per gli USA si cerca di calcolare il monte ore per lavoratore e non per posizione lavorativa (job). Se andiamo a leggere i dati per l’Italia forniti più di recente dall’Istat (“Le ore lavorate per la produzione del PIL del 2008”, nella Contabilità nazionale), troviamo il calcolo di due monte ore diversi: per lavoratore e per posizione lavorativa. Il primo è calcolato dividendo il monte ore totale (calcolato sulle ore effettivamente lavorate) per il numero di occupati; il secondo dividendolo per il numero di posizioni lavorative complessive (un lavoratore con doppio lavoro, fenomeno decisamente diffuso in Italia, verrà perciò calcolato due volte). Il primo monte ore (per lavoratore), stima circa 300 ore in più ogni anno (per il 2000 1861, contro le 1527 per posizione lavorativa). I dati OECD per il 2000, utilizzati dalla Kostoris, riportano la cifra 1631, ottenuta dall’European Labour Force Survey (ma che non trova corrispondenza nelle stime Istat, probabilmente per il calcolo meno preciso, ottenuta con la seguente metodologia: “the estimates are computed by multiplying weekly usual hours worked by the number of effective weeks worked during the year (taking into account vacation and time not worked due to other reasons)”. Tra l’altro la cifra risulterebbe ulteriormente incompatibile in quanto confronta per l’Italia le ore abituali, cioè quelle stabilite normalmente dal contratto, con le ore effettivamente lavorate per gli Stati Uniti, sottostimando di circa 200 ore per addetto il dato italiano). Una serie di cautele metodologiche renderebbero pertanto il consiglio dell’OECD (presente in ogni report ma mai seguito) di confrontare i trends e non le cifre assolute decisamente pregnante (e sconfessando il calcolo della Kostoris).

Tentando un confronto più cauto, possiamo rifarci alle nuove cifre dell’OECD (per l’Italia finalmente tratte dalla Contabilità nazionale dell’Istat e non più dalle stime ELFS) che per il 2000 riportavano, come monte ore per addetto effettivamente lavorate, 1861 ore per l’Italia e 1832 per gli USA (riferite all’occupazione totale, cioè dipendenti+autonomi). Nel 2007 le stime sono di 1824 per l’Italia e 1794 per gli USA. Il confronto si ribalterebbe addirittura a favore del Belpaese. Un confronto tra il numero di ore abituali settimanali per gli occupati dipendenti invece portava come risultato 37,2 ore per l’Italia e 38,9 negli USA (nel 2000), mentre nel 2007 36,8 ore per l’Italia e 38,7 per gli USA. In Italia il totale degli occupati (dipendenti+autonomi) risulta lavorare in media 38,5 ore per settimana, il che evidentemente indica un sovraccarico, in termini di ore settimanali, sui lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti (Eurostat per il 2008 stima 46,4 ore medie per settimana per i lavoratori autonomi italiani full-time, mentre l’Istat stima il numero di ore per posizione lavorativa autonoma 1648 ore annue contro le 1458 per posizione lavorativa dipendente). La cosa interessante risulta proprio il fatto che, con tutte le cautele sopra ricordate, appare che i lavoratori dipendenti in Italia lavorino effettivamente di meno rispetto ai colleghi statunitensi. Se andiamo a guardare le ore medie lavorate per il complesso degli occupati, però, le differenze tendono a sfumare, fino a sparire. Questo può derivare dal fatto che negli Stati Uniti gli autonomi lavorino mediamente meno dei dipendenti, mentre in Italia accade il contrario (i self-employed in attività extra-agricole, che nel 2003 corrispondevano al 90,8% degli autonomi, hanno lavorato mediamente, secondo l’ultima rilevazione del Bureau of Labour Statistics relativa al 2008, 37 ore settimanali: tenendo conto dei soli autonomi full-time si sale però a 43,6 ore; sempre secondo il BLS nel 1999 managers e professionals, dipendenti o non, categorie a più forte rischio di workalcoholicism,  lavoravano 42 ore a settimana, cifra sostanzialmente stabile dal 1982). La media tra le due forme di lavoro risulterebbe quindi favorevole all’Italia per un semplice effetto di composizione. Sempre secondo le stime dell’OECD, infatti, il lavoro autonomo, nel 2007, ammonterebbe in Italia al 26,4% degli occupati, mentre negli Stati Uniti solo al 7,2% (esistono, come sempre, delle differenze di definizione operativa nel computo dei lavoratori autonomi, che consigliano sempre ulteriore cautela nelle comparazioni).

Pensare quindi ad un incremento del PIL aumentando i giorni di lavoro (anche tramite estemporanei interventi atti ad incentivare lo straordinario), oltre ad essere una scelta scarsamente lungimirante, anche oggi non risulterebbe nemmeno giustificata da un (più cauto) confronto internazionale che vede gli italiani tutt’altro che con le mani in mano.

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categoria:sociologia, economia
mercoledì, 04 marzo 2009
Ebbene sì: resuscitata dai vecchi manuali di retorica, tale semplice figura è sempre più frequentemente utilizzata, in modo del tutto originale (chapeaux agli inventivi cosmocrati), per far ingollare tonnellate di merda con sorriso sulle labbra e, magari, richesta di bis. Pochi sono rimasti a storcere il naso all'eccheggio di ossimoriche endiadi quali: "carbone pulito", "nucleare sicuro" o "missione militare di pace" (e sue varianti). Il suono pulito e rassicurante è perfetta garanzia di accettazione da parte del popolino cullato da sì soavi e tranquillizzanti sillabe. Dal momento che il "ve lo mettiamo nel culo, ma lo facciamo per il vostro bene" parrebbe ormai risultare stantio e sempre meno efficace (con un pelo di cacofonia), visti i tempi di crisi e la crescente attenzione sulla sempre meno ignorata prima parte di frase (dal recency al primancy insomma), niente di meglio che resuscitare il buon vecchio trivio. Incredibile a dirsi, ma funziona. Bella fregatura, come ossimoricamente usa dirsi.
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venerdì, 30 maggio 2008

Il Petroliere (“There will be blood” il titolo originale), ispirato a “Oil!” di Upton Sinclair, è un film crudo, inquietante, tutt’altro che “piacevole”, ma allo stesso tempo estremamente pittoresco (ottima la fotografia da Oscar di Robert Elswit, ed eccezionali le musiche dello strumentista dei Radiohead Jonny Greenwood), acuto, stimolante e dissacrante, il che ne fa probabilmente uno dei migliori film prodotti da qualche tempo a questa parte (e fiore all’occhiello del sempre migliore Paul Thomas Anderson), oltre che uno dei migliori della stagione, assieme a “No country for old men” dei Coen.

Innanzitutto ritengo che il film presenti due livelli narrativi: uno più concreto, strutturale, naturalistico, rappresentante quella parte della storia americana dedicata alla “corsa all’oro nero” (e descritta da Sinclair); e uno astratto, morale, sovrastrutturale, da ricercarsi nella lotta incessante dei “demoni” ideali-ideologici che muovono i fili della storia umana in generale, e le vicende di Daniel ed Eli in particolare. Pur ritenendo estremamente valido l’aspetto narrativo-strutturale, ritengo che la vera forza del film risieda negli interrogativi e negli stimoli intellettuali sovrastrutturali che solleva, e pertanto mi propogo di analizzarne il livello astratto e allegorico. Per quanto il film per sé non presenti particolari tratti di post-modernismo trovo che le problematiche sollevate dallo stesso si pongano pienamente in un ambito di discussione pienamente post-moderno, avendo sostanzialmente a che fare coi “falsi profeti” della morale che intrecciano la fabula del racconto filmico.

L’aspetto più palese sotteso all’azione dei due principali (se non unici) personaggi, cioè Daniel Plainview ed Eli Sunday, il Petroliere e il Pastore, è la lotta per la Potenza. Lotta che fin dal principio si serve di categorie morali per dominare e depredare, lotta che necessita di una giustificazione all’asprezza e alla violenza (vuoi fisica, vuoi psicologica) scatenata nell’agone che altri non è che la misera vita dell’uomo. Per introdurre il principio della morale come mezzo per addivenire alla Potenza ci viene in aiuto Nietzsche: «Per quella specie di uomini che […] desiderano la potenza, una specie sacerdotale, la décadence [della morale, ndr] è soltanto un mezzo: questo genere di uomini trova un interesse vitale nel rendere malata l’umanità e nel rovesciare, in un senso pericoloso per la vita e denigratorio per il mondo, i concetti di “buono” e “malvagio”, “vero” e “falso”». [1] Per quanto il concetto di “specie sacerdotale” parrebbe applicarsi più facilmente a Eli, in realtà si applica altrettanto bene a Daniel. La fabula altro non rappresenta che la lotta senza esclusione di colpi tra due sacerdoti.

L’intero film potrebbe essere tutto sommato inteso come sintesi della storia universale. Come già in “2001: Odissea nello spazio” la civiltà nasce con un atto di violenza (qui il petrolio sgorgherà a prezzo di un sacrificio umano, uno dei lavoratori del pozzo di petrolio, invece che con l’invenzione della clava): Daniel “adotterà” il figlio dell’operaio morto, come a portare il marchio del peccato originale che simboleggia la cacciata dell’uomo dal Paradiso terrestre e la nascita della società direttamente dalla terra fecondata dal sangue del primo sacrificio rituale. Nelle prime immagini del film troviamo un Daniel solo, immerso in una natura brulla, silenzioso, che ricorda “l’uomo dei boschi” di Jean Jacques Rousseau. E seguendo Rousseau il passaggio allo stato “civile” dell’uomo è dato dal «concorso fortuito di parecchie cause esterne che potevano anche non verificarsi mai e secondo le quali l’uomo sarebbe rimasto eternamente nella sua condizione primitiva» [2], così come fortuito è stato l’ingresso del petrolio nel lungo cammino della civiltà. E assieme all’ingresso nello stato civile si sviluppa quel sentimento di superiorità e amour propre, «primo passo verso la disuguaglianza e al tempo stesso verso il vizio» [3], secondo Rousseau, assieme alle “imposture della morale”, secondo Nietzsche. E proprio di tali “imposture” si servirà Daniel per rimediare i primi contratti di estrazione, ammantandosi dei valori della “famiglia cristiana” grazie al figlio adottivo H.W., e sviluppando un discorso tendenzialmente morale (promessa di scuole e servizi alle famiglie della comunità di Eli grazie ai soldi del petrolio, oltre a una, sempre promessa, donazione in dollari alla chiesa della comunità, guidata dal Pastore). Così Daniel per agguantare il profitto “vero”, farà breccia nella piccola comunità di contadini e allevatori grazie all’abile e cinico utilizzo dei loro valori e all’amicizia con Eli. E proprio qua risiede in nuce il conflitto per la Potenza: Eli, grazie alla nascenda “Chiesa della terza rivelazione”, attirerà le “pecorelle” attorno a sé, “curerà” gli ammalati e chiederà di poter benedire il pozzo petrolifero, così da ergersi a demiurgo della dispersa comunità contadina di cui fa parte, in contrapposizione a Daniel. Qui il Pastore subirà la prima sconfitta, scontrandosi con il sacerdote avversario, che deciderà di benedire egli stesso il pozzo, raggiungendo la Potenza servendosi del sentimento religioso della comunità, seguendo l’insegnamento di Pareto: «L’arte di governo sta appunto nel sapersi giovare di tali sentimenti, e non nel consumare le forze nell’opera inutile di volerli distruggere, il che spessissimo vale invece a ingagliardirli. Chi sa sottrarsi al cieco dominio dei propri sentimenti è capace di valersi degli altrui per i propri fini». [4] Il sacerdote-petroliere mantiene il controllo grazie alla morale, diventa re.

Ma alla mancata benedizione del pozzo seguirà il disastro: un altro operaio morirà nel pozzo, e a seguito dell’ennesimo sacrificio umano (richiamante il sacrificio iniziale) dal suolo ri-scaturirà il petrolio, il che provocherà la caduta dalla torre di H.W. Plainview e la sua conseguente sordità. In una sequenza dall’incredibile effetto scenico, accompagnata da una colonna sonora rimembrante sonorità “tribali”, assistiamo alla fuoriuscita del petrolio e alla trasformazione della torre di trivellazione in un gigantesco rogo, attorno al quale festeggiano i piccoli uomini, partecipi di un rito sacrificale, di purificazione e di rinascita. Ma il dono del progresso chiede il conto. La pioggia di petrolio (e non più d’acqua) simboleggia la rinascita della “terra desolata” di eliotiana memoria («Quindi un umida raffica \ Apportatrice di pioggia \ Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate \ Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere \ Si raccoglievano molto lontano, sopra l’Himavant. \ La giungla era accucciata, attratta in silenzio. \ Allora il tuono parlò» [5]), da accompagnarsi al “rito del fuoco” di purificazione « nella forma di falò accesi in punti speciali: […] il fuoco è considerato promotore della crescita dei raccolti, e del benessere dell’uomo e delle bestie, o positivamente stimolandi, o negativamente stornando i pericoli e le calamità che li minacciano» [6]; così come il sacrificio di H.W. può rappresentare il sacrificio del “figlio del re”, dovuto a un dio pagano, per mantenere la Potenza, come riportato nel famoso “Ramo d’oro” di Frazer: «[In Cambogia] il re doveva morire in qualità di dio o semidio [al fine di delegare un successore che perpetuasse la fertilità della terra:] quindi il sostituto che moriva per lui doveva essere investito, almeno per l’occasione, dei divini attributi del re. [E] nessuno doveva così bene rappresentare il re nel suo carattere divino come suo figlio che si poteva supporre dividesse le divine ispirazioni del padre. Nessuno perciò poteva morire così acconciamente per il re e in suo nome per l’intero popolo come il figlio del re». [7]

Come breve inciso mi pare qui di poter affermare un possibile parallelismo tra “Il petroliere” e un altro capolavoro focalizzato sulle menzogne della morale, cioè “Apocalypse now” di Coppola. Ivi, come in “There will be blood”, lentamente si scopre come la morale della “civiltà” altro non è che un velo che ne copre le barbarie: mentre Willard (per Coppola) e Marlowe (per il Conrad di “Cuore di tenebra”) svelano il “demone flaccido” della violenza e i massacri perpetrati in nome della “civiltà”, Daniel Plainview rivela i propri tratti tribali e “selvaggi” nel rito del rogo della torre di trivellazione, mentre Eli lo spia silenziosamente da una finestra. Più volte, d’altronde, Daniel rivela la propria vera natura: spiegando la propria weltanschauung al millantato fratello (“voglio che nessuno riesca tranne me” e “lo spirito della competizione è in me”), per poi ucciderlo a sangue freddo nei boschi una volta scoperto l’inganno. A togliere il “velo della civiltà” ci viene in soccorso Freud, nel suo noto carteggio con Einstein: «Questo è dunque lo stato originario [dell’uomo, ndr], il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità». [8]

La lotta per la Potenza continua nel prosieguo della trama, e se fino ad ora il petroliere-re ha dominato, viene il momento in cui dovrà sottomettersi all’egemonia del sacerdote Eli, facendosi battezzare e facendo espellere da sé “il demonio” per poter ottenere una concessione di transito sul terreno di un membro della comunità della Chiesa della terza rivelazione. Anziché servirsi del sentimento religioso della comunità dovrà per la prima volta sottomettervisi. A questo punto il Pastore diventa egemone, riuscendo in ciò in cui non era riuscito con la tentata benedizione del pozzo: riportare anche Daniel (con tutto ciò che rappresenta) all’interno della propria visione morale del mondo. Sconfitta che non può essere tollerata dal Petroliere, già Signore, e che coverà in un senso di ressentiment (ben ritratto nello sguardo d’invidia di Plainview verso Eli, quando partirà dalla comunità per raggiungere altre “pecorelle smarrite”, ringraziato come l’unico ad aver fatto qualcosa per la gli abitanti), che si sfogherà esclusivamente nel climax conclusivo.

Dalla partenza di Eli abbiamo quindi un salto temporale piuttosto lungo: il figlio di Plainview, H.W., è cresciuto e si è sposato, mentre Daniel è diventato ancora più ricco e crapulone. A questo punto Daniel svela al figlio le sue origini di orfano, e lo caccia: è la fine del ciclo morale del personaggio di Daniel Day-Lewis. Abbandonando il marchio che aveva battezzato la civiltà (il figlio dell’operaio morto in nome del progresso), Daniel si libera degli ultimi freni etici, e si sprigiona in tutta la sua potenza distruttrice. Anche Eli è cambiato. La sua egemonia morale non l’ha portato lontano, ed è arrivato a capire di non poter servire Dio senza servire mammona. Rinnega, tutto sommato senza uno sforzo eccessivo (non paragonabile alla sottomissione al battesimo di Daniel), la sua fede per ottenere un prestito: “Io sono un falso profeta e Dio è una superstizione”. Ma anche Daniel è un falso profeta, attorno a sé ha creato solo odio, morte e solitudine. Siamo quindi sfociati nella post-modernità, dopo la dissoluzione dei lunghi giochi dei meta-discorsi morali. «La funzione narrativa perde i suoi funtori, i grandi eroi, i grandi pericoli, i grandi peripli ed i grandi fini […] La nostra vita è così votata all’accrescimento della potenza. La sua legittimazione in materia di giustizia sociale e di verità scientifica consisterebbe nella ottimizzazione delle prestazioni del sistema, nell’efficacia [dreeenaggiooo, Eli!, ndr]. L’applicazione di questo criterio a tutti i nostri giochi non è disgiunta da certi effetti terroristici, velati o espliciti: siate operativi, cioè commensurabili, o sparite». [9] Ma la rivincita “spirituale” su Eli non è più sufficiente, non è più moneta in corso, il ressentiment può essere estinto solo con l’estinzione dei suoi presupposti: gli schemi morali sono saltati, la civiltà è ormai un sistema di capitalismo barbaro votato all’accrescimento del profitto e della Potenza senza più bisogno di coperture ideologiche. Così Daniel afferra un birillo e massacra Eli, saltando per il bowling come lo scimmione armato di clava di “2001: Odissea nelo spazio”. Con lo stesso atto e con lo stesso sangue (there will be blood, per l’appunto) che ha fecondato la terra e dato i natali alla civiltà, Daniel la abbatte, semplicemente con un paio di rapidi colpi, chiudendo il ciclo su sé stesso (“ho finito”, “it’s done” in originale). E il futuro è storia nota.


Note:
[1] Friedrich Nietzsche, “L’anticristo”, Adelphi, Milano, 2006, p. 30.
[2] Jean Jacques Rousseau, “Scritti politici”, Laterza, Roma-Bari, 1994, Vol. I, p. 171.
[3] Ibid, p. 179.
[4] Vilfredo Pareto, “Trattato di sociologia generale”, §L1843.
[5] Thomas Stearns Eliot, “The waste land”, in “Poesie”, Bompiani, Milano, 2006, pp. 279-291.
[6] James G. Frazer, “Il ramo d’oro”, Boringhieri, Torino, 1973, Vol. II, pp. 989-990.
[7] James G. Frazer, “Il ramo d’oro”, Boringhieri, Torino, 1973, Vol. I, p. 449.
[8] Sigmund Freud, Alber Einstein, “Perché la guerra?”, Bollati Boringhieri, Torino, 2006.
[9] Jean François Lyotard, “La condizione postmoderna”, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 6.

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categoria:cinema
giovedì, 08 maggio 2008

Post di Beppe Grillo del 7 Aprile

Questo cialtronazzo miliardario, ghostwritato e giostrato a bacchetta dal buon Casaleggio, mi ha stracciato i coglioni. Lui, i vari Travaglio e ufficio-stampa-coi-soldi-RAI Santoro, i vari becero-ignoranti you tube-rincoglionitori alla Di Pietro, populisti, imbonitori e fascistoidi. Queste strafacce di stracazzo che si permettono di fare il ballo di San Vito sul sangue della resistenza, che scendono in piazza a comando con le foto di Pasolini senza averne mai letto una riga, che si proclamano legittimi prosecutori del 25 aprile (ma quello del '45), coi loro programmi di stato etico repressivo ma neo-liberista (per poi ciarlare di libertà e precariato), esposti in lingua popolare con un "cazzo" ogni tre "vaffanculo" tanto che i 40 mila squadristi analfabeti di Torino, con kefiah al collo e sciarpetta rossa radical-chic, nemmeno si accorgono di applaudire alla peggiore reazione tra un vaffanculo e l'altro...

Questo Goebbles post-moderno, dall'alto della sua torre d'avorio massona cinta in fibra ottica, in quanto lesa maestà è aver la tanto decantata libertà e onestà intellettuale di dire un po' quel cazzo che si pensa e dichiarare che "Grillo impersona, secondo me, meglio di molti altri personaggi, il peggio dell’Italiano. E’ l’arci-italiano del peggio", lancia la sua fatwa al popolino che anela la mammella, dipingendo Scalfari come fascista, terrorista, comunista e "furfante", il tutto citando e dando copertura intellettuale (in carenza di fonte propria) con tre righe di Montanelli, uno dei tanto necessari idoli dell'acritic-pantheon dell'irreligione civile meetuppina. Proprio lui che una volta sì fascista, furfante, razzista, borghese, golpista, pallonaro e manganellatore verbale. Tutto legittimo, per carità, quel che disgusta è la mitopoiesi in faro morale davanti al quale prostrarsi vergognosi. Ma questa è un'altra storia che Grillo-Casaleggio non racconta. D'altronde le insegne luminose, a farle vedere ogni tanto alla luce del giorno, non attirano più gli allocchi. E il governo delle Destre s'insedia tra la sord(id)a caciara.

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categoria:critica
martedì, 25 marzo 2008

Adesso basta

(Fonte: Peacereporter)

Vi fa orrore quella foto che abbiamo usato per "aprire" PeaceReporter oggi? A noi sì. Molto. Probabilmente è anche contraria alla deontologia professionale. Ma non sappiamo più cosa fare per scuotere le addormentate coscienze di chi ha il potere. 

Ogni giorno i bollettini della Nato, o dell'Isaf, o di Enduring Freedom ci raccontano di azioni militari di terra e di aria. Cioè rastrellamenti o bombardamenti su villaggi afgani. Ogni giorno ci raccontano la favola dei nemici colpiti, dei talebani sconfitti, dei pericolosi terroristi snidati.
E ogni giorno i nostri giornali e le nostre televisioni ignorano che in quel Paese, dove l'Esercito Italiano ha la sua bella parte di responsabilità, vengono massacrati bambini, donne, vecchi e uomini innocenti.
O meglio, colpevoli. Colpevoli di essere afgani, magari del sud, magari di pelle e di pelo più scuri degli altri. E allora meglio ammazzarli da piccoli, o meglio ammazzarne le donne. Sai mai che quei piccoli crescano, sai mai che quelle donne mettano al mondo altri futuri pericolosi nemici. Come faceva Erode, come abbiamo già fatto con i pellerossa, con gli indios, con gli ebrei.

Isaf, Nato, Enduring Freedom? Sveglia, gente. Sono esattamente la stessa cosa: una banda di assassini che vanno a sterminare una popolazione solo perché non ha nessuna intenzione di farsi rapinare del suo uranio, delle sue preziose gemme, dei suoi metalli rari, della sua terra, preziosa perché vicina alla Cina, preziosa perché scorciatoia nel trasporto della nostra benzina.
Noi siamo parte di questa banda di assassini, e solo questo fatto ci dovrebbe garantire - a tutti, sia chi agisce sia chi sta zitto a vedere o a fingere di non vedere - una tremenda maledizione, se le maledizioni fossero cosa reale.
Ci stiamo comportando esattamente come si comportavano i tedeschi durante il terzo reich. Intorno a loro l'orrore, ma meglio fare finta di nulla. Che ci potremmo fare del resto?
Stiamo combattendo i talebani, ci spiegano, perché sono oscurantisti, pericolosi, terroristi. Non fini e colti come quelli che da noi, lo vedi?, alla fine si convertono pure.
Palle. Sono solo palle. E maledetto chi le racconta, maledetto anche chi ci crede. La Nato, l'Isaf, Enduring Freedom, i Paesi che compongono questa santa alleanza, fanno affari ogni giorno con regimi che in confronto quello dei talebani era un faro di progressismo. Proteggono e armano dittatori di ogni specie. Addestrano e organizzano bande di assassini pari loro.
 
Basta, basta prenderci per i fondelli. Noi sappiamo. E abbiamo le prove delle vostre menzogne, della vostra ipocrisia grondante di sangue e assetata di danaro sporco.
 
Non crediamo nelle maledizioni: se fosse, vi malediremmo, voi e i vostri complici. Ma prendiamo qui e oggi l'impegno di non darvi respiro. E di segare le gambe alle vostre menzogne come voi segate quelle delle donne, degli uomini, dei bambini che state sterminando in nostro nome. 
---Maso Notarianni
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categoria:esteri
giovedì, 24 maggio 2007

Tratto dalla "Sessione inaugurale dei lavori della V conferenza generale dell'Episcopato latinoamericano e dei Caraibi", Domenica, 13 maggio 2007 - Discorso di sua Santità Benedetto XVI:

     Ma, che cosa ha significato l'accettazione della fede cristiana per i Paesi dell'America Latina e dei Caraibi? Per essi ha significato conoscere ed accogliere Cristo, il Dio sconosciuto che i loro antenati, senza saperlo, cercavano nelle loro ricche tradizioni religiose. Cristo era il Salvatore a cui anelavano silenziosamente. Ha significato anche avere ricevuto, con le acque del Battesimo, la vita divina che li ha fatti figli di Dio per adozione; avere ricevuto, inoltre, lo Spirito Santo che è venuto a fecondare le loro culture, purificandole e sviluppando i numerosi germi e semi che il Verbo incarnato aveva messo in esse, orientandole così verso le strade del Vangelo. In effetti, l'annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un'alienazione delle culture precolombiane, né fu un'imposizione di una cultura straniera. Le autentiche culture non sono chiuse in se stesse né pietrificate in un determinato momento della storia, ma sono aperte, più ancora, cercano l'incontro con altre culture, sperano di raggiungere l'universalità nell'incontro e nel dialogo con altre forme di vita e con gli elementi che possono portare ad una nuova sintesi nella quale si rispetti sempre la diversità delle espressioni e della loro realizzazione culturale concreta.

 

Tratto da "Hortus Musicus" n. 20, ottobre-dicembre 2004 - Gaspare e Roberto De Caro, riportato da Carmilla OnLine:

     Buscar el Levante por el Poniente, con questo programma Colombo partì da Palos qualche mese dopo che i Re Cattolici avevano decretato a Granada l’espulsione dalla Spagna di ebrei e musulmani, i primi stanziali da quindici secoli, i secondi artefici dello splendore andaluso. Il genovese approdò nell’isola di Guanahani, alle Bahamas, il 12 ottobre 1492 e senza remore la ribattezzò San Salvador. 160 anni dopo, secondo alcune stime, dei circa 70-80 milioni di nativi americani ne rimanevano tre e mezzo. Comunque sia, «tenuto conto dei morti nelle epidemie, il massacro degli indiani dell’America centrale e dell’America del Sud tra il XV e il XVIII secolo rimane il più grande nella storia dell’umanità». Ma si continuò: spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi, russi, svedesi, olandesi – cattolici, protestanti, ortodossi, anglicani –, la croce in una mano nell’altra il paradiso, cancellarono in quattro secoli 500 popoli dalla faccia del continente: il Mundus novus era nato. [...] Così l’odio dei catechizzatori per i Pampa crebbe e trovò conforto in una dotta tradizione cinquecentesca. Ci si ricordò degli ammonimenti del domenicano Tomás Ortiz, che nella sua Relación curiosa de vida, leyes, costumbres y ritos que los indios observan en su política, religión y guerra (1525-27) negava a quanti si mostravano refrattari alla conversione «ogni barlume di umanità», classificandoli nella «categoria delle bestie, del legno, delle pietre» e giudicandoli, con parole di Aristotele, «servi e schiavi per natura»; e dell’umanesimo teologico di Celio Calcagnini, che dalla corte estense suppergiù nello stesso periodo affermava assolutorio: «Gli indios si possono cacciare come le fiere se, pur essendo nati per servire, si rifiutano di farlo».

 

Dall'agenzia ANSA, Città del Vaticano, 23 maggio: 

     Benedetto XVI ammette: nell'evangelizzazione dell'America Latina non si possono "ignorare sofferenze ed ingiustizie inflitte". '"I diritti delle popolazioni indigene - ha spiegato nell'udienza generale a piazza S.Pietro - furono spesso calpestati dai colonizzatori". Aprendo la Conferenza dei vescovi ad Aparecida in Brasile, Benedetto XVI aveva detto che l'arrivo del cristianesimo non era stata una imposizione di una cultura straniera, provocando accese polemiche.

 

Grotesque

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categoria:politica, cronaca
sabato, 17 febbraio 2007

Il povero senatore Guzzanti non sa più dove aggrapparsi. E dopo aver contro-linciato (ricodiamo: linciare è reato, contro-linciare è legittima difesa...) i giornalisti di Repubblica Bonini&D'avanzo accusandoli di non avere le interviste su nastro ("on the record"), di essere stati smentiti del tutto da tutti gli intervistanti (rettificati sarebbe meglio; Guzzanti spaccia le smentite per "totali", in realtà si tratta di rettifiche che pur cambiando la forma, e pur non andando ad onore di B&D, lasciano i fatti immutati), di essere autori di interminabili "fabbricazioni" e distorsioni dei fatti, e di disinformare i lettori, tralascia di notare con simile spirito critico e d'analisi le sue fabbricazioni, distorsioni e ingigantimenti, altrettanto gravi, e grazie a cui sta riscuotendo un discreto seguito.
Ieri il senatore azzurro di cuore\rosso di capello, così titolava dal suo blog:

"ECCO COME FUNZIONA LA FABBRICA DEI FALSI E COME I SUOI FALSI DIVENTANO ATTI DEL PARLAMENTO BENCHE’ RICONOSCIUTI E PROVATI COME FALSI. MA LA FESTA STA PER FINIRE. LA LORO."

Nell'articolo Guzzanti si riferisce a B&D come due "poveri disgraziati". Li critica per non aver dato notizia ai lettori della "smentita" di Gordievskij, che, in un e-mail a Gabriele Paradisi (di cui si è riferito nel suo blog), scriveva: "The interview in Repubblica was 90% fabrication and manipulation. It is the dirtiest newspaper in the world." Innanzitutto Guzzanti ci spiega, da un suo post, chi è questo Gabriele Paradisi: "Gabriele Paradisi è un mio vecchio amico, no-global e di sinistra con un suo blog con cui siamo collegati [...] Adesso Paradisi si è rivolto a Gordievsky per avere una opinione definitiva sulla sua intervista a Repubblica, dopo che io stesso mi sono premurato di inviargli la traduzione in inglese dell’intervista stessa." Il fatto che Paradisi sia no-global, di sinistra, anarco-insurrezionalista o financo culattone (oltre a essere legato al senatore), non lo rende ipso facto la verità svelata, la salvezza, l'evento risolutore. E' possibile, probabile, che l'intervista di Gordievskij a Repubblica sia stata molto forzata, come egli stesso dichiarava successivamente a Il Giornale (pur ricordando e confermando di essersi scagliato con durezza contro Scaramella, ma di questo ho avuto modo di parlare nel post precedente): chi prende questa storia come una battaglia di buon giornalismo (da una parte e dall'altra), e non come uno scontro politico viscido al limite (da una parte e dall'altra), è un ingenuo. Ma nel suo post il buon Guzzanti continua ad imperversare (il grassetto è mio):

"[Bonini & D'avanzo] hanno anche esentato i loro lettori, che si erano bevuti fra gli applausi la falsa intervista a Gordievsky su “Scaramella caso psichiatrico”, dal venire a conoscenza del fatto che lo stesso medesimo identico Gordievsky, dal vivo e a me con un registratore IN MANO e non per telefono, ha raccontato quel che lui seppe nel 1981-1982 circa il fatto che Romano Prodi era considerato la star del 5° Dipartimento del KGB, e che poi lui non sa se Prodi alla fine fu reclutato “OPPURE FU SOLTANTO USATO PER OPERAZIONI SPECIALI”. Non so se mi spiego (andate a riascoltare la viva voce di Gordievsky)."

Capolavoro. Oltre a dare degli ingenui ai poveri lettori di Repubblica, parla della sua famosa intervista a Gordievskij, con "registratore IN MANO", incitando ad "anda[re] a riascoltare la viva voce di Gordievsky". Lo scampolo registrato è sempre quello. Guzzanti scrive: "[Gordievskij] non sa se Prodi alla fine fu reclutato “OPPURE FU SOLTANTO USATO PER OPERAZIONI SPECIALI”. Con tanto di accento sull'ultima frase, ben visibile ed in maiuscolo. Riporto la (mia) trascrizione delle parole di Gordievskij, quelle che il senatore invita ad andare ad ascoltare (enormi strafalcioni non dovrei averne fatti, un paio di parole incomprensibili ma non tali da inficiare il discorso; eventuali correzioni sono benvenute):

"In '81-'82, when i was in Russia, I was talking to the people of the 5th department of the kgb, wich is kgb [inc.] directorate, wich is now called for the intellicence services. And at that time I heard rumors from that department, that Prodi was very popular in the people of the 5th department, who were [inc.] in Italy, Spain, France as well,  but main in italy beacause in Italy they had the greatest success, the biggest amount of agents, more than a hundred of agents. And they liked Prodi very much. But i was not prepared to say what happened to him: was he recruited by the kgb, was he taken into opposition contact, [inc.] the kgb because i never heard it, so i'm not in the position to say if he was a proper kgb asset, I never knew it. But he was very popular, in numerous members of the 5th department of the kgb."

A quanto pare Gordievskij, "on the record" non ha mai detto, o nemmeno insinuato nulla di simile all' "oppure fu soltanto usato per operazioni speciali". Il "soltanto" implica che Prodi avrebbe, anche se come cosa minore (!), collaborato col Kgb. Ma nemmeno Gordievskij l'ha detto, e il pezzo di Guzzanti, stravolgendo completamente le prove documentali da lui stesso citate, con un abile gioco degno di una "grande penna del giornalismo italiano" implica qualcosa che non c'è, che non è stato detto. Guzzanti è furbo, ed evidentemente ha persone ben disposte ad assimilare le sue perle giornalistiche. Ma continua: "E’ ovvio che questa ultina dichiarazione [...] assume un valere storico e accusatorio di enorme importanza." Certo lo sarebbe se Gordievskij avesse effettivamente detto ciò che il senatore cerca di farci credere. Ma i fatti, anche quelli incerti e di scarso contenuto probatorio, contano sempre meno evidentemente. Conclude il post giornaliero con un esaltazione della dichiarazione del sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (Rapporti con il Parlamento e Riforme), Paolo Naccarato, che, a seguito dell'interpellanza di Diliberto (che chiedeva, sulla base delle novità di Repubblica, di fare luce sull'operato della Commissione), rispondeva: “Non risultano, infine, comportamenti di operatori delle forze dell’ordine tendenti a fuorviare o condizionare l’operato della Commissione stessa ne’, d’altra parte, vi e’ evidenza di attivita’ illegali di spionaggio o documentazione a danno di cittadini compiute da appartenenti alle forze dell’ordine in un modo o nell’altro ricollegabili alla Commissione”. Fin qui Naccarato. Guzzanti, sotto, ribadisce: “IN UN MODO O NELL’ALTRO RICOLLEGABILI ALLA COMMISSIONE”. Uscita ad effetto per porre la solita pietra tombale sulla faccenda. A noi tutti fa piacere che onesti servitori dello stato non si siano piegati alle torbide faccende della Mithrokin. Resta il fatto che Scaramella, e parte degli altri consulenti, non erano "appartenenti alle forze dell’ordine" , e quindi "l'assoluzione" da parte del sottosegretario non tange il "superconsulente". Anche qua, giornalisticamente e propagandisticamente parlando, l'impressione che passa è che la commissione sia stata assolta in toto. Naccarato inoltre, nella stessa seduta, informava il parlamento della richiesta da parte della Magistratura di Roma di poter utilizzare delle intercettazioni telefoniche "rilevanti ai fini probatori", e che quindi conterrebbero le voci di uno o più parlamentari (chissà chi?) che avrebbero avvertito Scaramella di essere sottoposto ad indagini giudiziarie (come ben sappiamo, grazie al famigerato "Lodo Maccanico", la magistratura è tenuta a chiedere al parlamento l'autorizzazione a utilizzare a fini processuali le intercettazioni indirette dei parlamentari, ma solo se contengono notizie di reato; in caso contrario vanno immediatamente distrutte). Ma di questo Guzzanti non fa menzione.

Già il 24 Gennaio, dopo che Amato aveva dichiarato di voler dare un occhiata alle faccende Mithrokin, Guzzanti postava: "Il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha confessato al Copaco che non è mai esistito alcun uso illegittimo di personale di polizia, carabinieri e Sisde all’illegale servizio della Commissione Mitrokhin. Cade così la prima e la più lurida delle fabbricazioni del quotidiano La Repubblica, fondata su un unico falso elemento, e cioè una pretesa intervista vecchia di due anni a Evgueni Limarev, il quale mi ha già confessato, a registratore acceso, di essere stato manipolato e invitato pressantemente - con due anni di anticipo - alla caccia a Paolo Guzzanti”. Vero è che Amato aveva colto l'assist di Republica per controllare che non ci fossero poliziotti, carabinieri o agenti del SISDE implicati. Ma Limarev, nella famosa intervista a Repubblica da cui sorgevano questi fatti, aveva semplicemente detto:  "[Mario mi ha introdotto a] persone che si presentavano come dirigenti di polizia, ufficiali dei carabinieri, funzionari del Parlamento" (e questo non è stato smentito nemmeno da Limarev dalla sua rettifica, nonostante Guzzanti continui a brandire ogni "rettifica" come "smentita totale"). Anche Limarev, a quanto pare andava cauto, dicendo che Scaramella gli aveva presentato persone "sedicenti" funzionari dello stato. Ma Guzzanti intitolava giustamente l'articolo: "LE RIVELAZIONI DI REPUBBLICA ERANO TUTTE BALLE E INFATTI NON ABBIAMO TROVATO NULLA." Gli sfugge semmai che le "balle" erano di Limarev (già consulente di Scaramella!), anche se pubblicate da Repubblica; gli sfugge che queste "balle" risalivano al 2005, cioè quando Limarev era ancora consulente della Mitrokhin (allora decidiamoci: le palle o son palle o no, non cambiano a seconda di chi vadano a vantaggio). Inoltre l'intervista di Repubblica non era "pretesa", ma effettiva e confermata da Limarev (seppur con le sue rettifiche già più volte indicate). Poi Limarev effettivamente ha dichiarato a Guzzanti (questa volta tutto su nastro) che B&D erano interessati esclusivamente a sapere tutto sul senatore (questo prima che Guzzanti lo scaricasse come "provocatore e agente dell'FSB" per saltare sul più affidabile cavallo Gordievskij). Non era stato "invitato pressantemente alla caccia di". Allo stesso modo Guzzanti, nelle già famigerate intercettazioni (della magistratura della repubblica italiana, non delle ex spie sovietiche e talpe dell'MI6) sembrava proprio dare l'impressione di dare "pressatamente la caccia" a Prodi, o perlomeno di star facendo ciò che facevano B&D, cioè "sapere tutto su". Insomma, tu mi infanghi, io t'infango. Però tutto in nome "[DELLA] VITTORIA DELLA VERITA’ SULLE FABBRICAZIONI, E CHE APRA LA PORTA AD UNA RIVOLUZIONE ITALIANA PACIFICA E FORMIDABILE IL CUI RISULTATO FINALE SIA LA LIBERTA’, QUELLA VERA, NON LA LAPIDE". Semplicemente sempre più grottesco.

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categoria:politica, critica
lunedì, 12 febbraio 2007

Continua la battaglia mediatico-politica più appassionante e grottesca (dopo i saldi) dell'autunno-inverno 06-07. Guzzanti contro tutti e Repubblica contro Guzzanti. Dal continuo scambio di mail, registrazioni, articoli e interviste stanno venendo fuori cose molto interessanti. L'etica non proprio cristallina di Bonini&D'avanzo, ma l'altrettanto faccia di bronzo del senatore Guzzanti. Eravamo rimasti ai colloqui di Guzzanti con Limarev e Gordievskij (quelli "on the record"). Innanzitutto il buon senatore con la nostalgia del giornalismo (da alcuni definito "una grande penna del giornalismo italiano") non ha ancora messo on-line sul blog le registrazioni integrali dei colloqui coi due personaggi (curioso perchè una delle principali critiche a B&D era che avessero solo le trascrizioni, ma non uno straccio di prova registrata), lasciando i solidi scampoli favorevoli, nonostante in una recente interrogazione al ministero dell'interno Amato scrivesse: "Evgueni Limarev ha totalmente ritrattato di fronte a me senatore Paolo Guzzanti interrogante in presenza di due registratori accesi – la registrazione è ascoltabile anche su internet - ogni cosa pubblicata sotto il suo nome". Lo stesso Limarev non ha ritrattato in toto il contenuto dell'intervista (checchè ne dica Guzzanti), si è limitato a fare delle rettifiche, ma direttamente dal suo blog personale. Oltretutto, dopo altri colloqui Oleg Gordievskij (che ora è un agente dell'MI6), ha messo in risalto il fatto che secondo lui Limarev è un agente dell'FSB, tesi a quanto pare sposata anche dal senatore, e che sarebbe stato a capo di un piano, guidato dai servizi russi, per uccidere Litvinenko e accreditare Scaramella come esecutore, così da far crollare come un castello di carte i risultati della commissione Mitrokin (piano andato alquanto male visto che già tre giorni dopo l'avvelenamento Litvinenko parlava di Putin e di Lugovoi, e Scotland Yard aveva già lasciato in pace Scaramella; non posso credere che i servizi russi, con la forza che hanno attualmente, siano così stupidi). In realtà erano già crollati quando, nonostante la forte maggioranza parlamentare, la CDL non era riuscita ad ottenere il numero legale per votare la relazione conclusiva proposta da Guzzanti, facendo concludere la commissione senza risultati effettivi (a parte riuscire a insinuare il solito dubbio nel popolino, solito dubbio che crea danni ben più tangibili di una conclusione secca). Oltretutto il fatto che Gordievskij sia un collaboratore dell'MI6 già dal 1968 (tempi caldi), oltre al fatto che il dossier Mitrokhin è stato passato all'Italia e al mondo direttamente dagli uffici dell'MI6, non crea alcun tipo di sospetto. Quindi collaboratori delicati quanto interessati politicamente come Gordievskij ("talpa" al di là della cortina di ferro) di un servizio segreto già implicato in scandali informativi di carattere politico come il Nigergate (poco importa che i Servizi si siano basati sulla patacca di Martino o su fonti loro, fatto resta che le conclusioni sono le stesse e sono state smentite da una commissione d'inchiesta apposita), un servizio che ha convinto l'opinione pubblica inglese e mondiale (sempre per obbiettivi politici) che Saddam aveva un arsenale pronto a far saltare il mondo (salvo essere poi smentito dai fatti, e dall'ISG del senato statunitense; un inchiesta interna oltretutto metteva in luce le leggerezze nel presentare i fatti al pubblico), secondo la "grande penna" prestata alla politica sono il non plus ultra dell'attendibilità. Io qualche domanda e qualche indagine la farei, ma purtroppo non sono nè "grande penna" nè senatore, e oltretutto le "fabbricazioni" le fanno solo i comunisti.

Ma torniamo al ruolo di giornalista super partes che sta impersonando recentemente Guzzanti, seguito da una pletora di guzzanti-boys. Guzzanti sembra usare come maglio, ultimamente, le diverse smentite dei diversi faccendieri che si sono occupati di questa storia, concedendo un intervista a Bonini&D'Avanzo; smentite che solitamente scalfiscono la forma per lasciare intatta la sostanza. Per esempio la smentita di Gordievskij all'intervista rilasciata a Repubblica il 7 Dicembre, da cui usciva un non troppo lusinghiero ritratto di Scaramella. Questa intervista veniva così commentata in un ulteriore intervista di Guzzanti a Gordievskij il 22 Dicembre su Il Giornale: 

PG: "Lei tuttavia in Italia è considerato oggi un fiancheggiatore di questa operazione, nel senso che ha dato un contributo determinante a linciare Scaramella con una micidiale intervista a Repubblica."
OG: "Quell’intervista è stata molto forzata, mi facevano le domande e si davano anche le risposte, comunque sì, su Scaramella sono stato duro perché delle due l'una, a quel tempo: o era un agente del Kgb o un cretino. Così ho detto che è un cretino. Oggi so che è stato un ingenuo e una vittima predestinata e sono totalmente dalla sua parte."
[...]
PG: "Signor Gordievsky, la sua intervista a Repubblica ha provocato un enorme scalpore ed è stata considerata un colpo di grazia a Scaramella e indirettamente, alla Commissione Mitrokhin. Che mi può dire di quell’intervista che io le ho poi girato tradotta in inglese?"
OG: "Che è stata forzata oltre ogni limite. Io ho detto, è vero, che Scaramella è stato assolutamente incapace di capire quello che gli stava succedendo, ma come vittima. E poi ho detto, vero anche questo, che Scaramella era piuttosto soffocante con le sue domande sulla relazione fra Prodi e il Kgb."

Insomma, l'intervista sarà sì stata forzata, ma rimane il fatto che Scaramella era "soffocante" nel cercare relazioni tra KGB e Prodi (e questo lo scrive Guzzanti su Il Giornale!), e conferma inoltre che all'epoca dell'intervista con Repubblica Gordievskij era imbestialito con Scaramella (verba volant, scripta manent... non capisco che smentita sarebbe; all'epoca dell'intervista con Repubblica pensava davvero quello che è stato scritto, o almeno ciò si evince dalle sue parole). Inoltre, per quanto Gordievskij non definisca nuovamente Scaramella "a mental case", lo definisce "incapace di capire quello che gli stava succedendo, ma come vittima" e "so che è stato un ingenuo e una vittima predestinata ". Avevamo un consulente di una commissione delicatissima come la Mitrokhin che non capiva cosa succedeva, si faceva manipolare e non ce ne siamo accorti (Limarev a quanto pare era uno dei suoi manipolatori, oltre ad essere un altro suo contatto di consulenza per la Mitrokhin). Sbadatoni. Molto interessante (dal punto di vista della propaganda) poi è il modo del senatore di presentare le informazioni, con titoloni violenti e altisonanti, accolti da commenti entusiasti, applausi, e richieste di consigli su come scrivere all'Ordine dei giornalisti per far sospendere B&D, oltre alla richiesta saltata fuori da qualche utente del blog, che propalava l'idea di una petizione per far scarcerare Scaramella. Portiamo degli esempi:

Titolo di Guzzanti (dal suo blog):
LA LETTERE DI VLADIMIR BUKOVSKY A CARLO BONINI: REPUBBLICA SMENTITA VERGOGNOSAMENTE PER LA TERZA VOLTA DOPO GORDIEVSKI E LIMAREV. LITVINENKO NON PUO’ SMENTIRE SOLO PERCHE’ E’ MORTO (9 Febbraio 2007)

Si riferisce all'intervista rilasciata da Vladimir Bukovskij (intellettuale dissidente russo espatriato in inghilterra) a Repubblica. Nell'articolo di Guzzanti viene riportata una e-mail di Bukovskij a Bonini, dove effettivamente critica alcune distorisioni dell'articolo (letto in traduzione dall'italiano, ma non si capisce tradotto da chi), ma il concetto, checchè ne dica Guzzanti, rimane. Ergo discepanza tra titolone altisonante (ma che fa presa, soprattutto tra gli astanti che dai commenti sembrano aver letto solo quello) di Guzzanti e realtà dei fatti. Vediamo:

Bukovskij (dalla lettera a Bonini): "It appears from your text that Mario Scaramella tried  to pressure me into giving him a false evidence against Prodi. This was not  the case. Nobody did pressure me, and indeed nobody can. Mr. Scaramella did ask  me several times if there was something about Prodi’s Soviet connections in my  vast collection of documents, and I answered there was not."

Bonini&D'Avanzo, nella loro intervista pubblicata su Repubblica, riportavano ciò:

B&D: "Dunque anche lei fu pressato da Scaramella per raccogliere informazioni su Prodi?"
VB: "E' così. Scaramella mi chiese con insistenza di Prodi e dei suoi presunti legami con il Kgb. Quel che gli dissi, fin dall'inizio del nostro rapporto, dovette deluderlo molto. Anche se non lo scoraggiò."

In effetti B&D chedono se è stato "pressato" (ma che non vuol dire "to pressure me into"), a cui VB risponde affermativamente spiegando che ha ricevuto "insistenti richieste"; ma questo mi sembra sufficientemente corrispondente al "did ask me several times" dello stizzito Bukovskij. Che traduzione avrà letto? Poi:

Bukovskij (dalla lettera a Bonini): "the abscence of  relevant documents in my collection does not necesserily mean Prodi’s innocence."

Questo potrà fare molto piacere alla propaganda guzzantiana, ma una dei pilastri del diritto italiano è che se ci son le prove sei colpevole, sennò sei innocente. E' una considerazione ovvia quella di Bukovskij, ma che non conferma niente. Ma continua:

Bukovskij (dalla lettera a Bonini): "your text implies that, in my view, Alexander Litvinenko was successfully pressured by Mr. Scaramella into slandering Prodi. This is absolutely wrong. I trusted Mr. Litvinenko completely,  and I am sure he did not lie in what he said. [...] for all I know, he could be right."

Nell'intervista su Repubblica leggiamo:

B&D: "Contava solo Prodi [nell'attività di ricerca di Scaramella]?"
VB: "Direi di sì. E in qualche modo, alla fine, quel nome lo ottenne."
B&D: "Da chi?"
VB: "Da Aleksandr Litvinenko."

Qua si cade nell'interpretazione. La lettera poi finisce con delle osservazioni alle modifiche di B&D all'intervista, ma nulla che cambi il concetto di fondo. Quello che sappiamo con certezza è che Bukovskij si fidava di Litvinenko e del suo "Prodi is our man in Italy" (la cui fonte, purtroppo deceduta, non può comfermare), essendo stato presente quando pronunciava tali parole. A questo, Guzzanti dedicava un articolo e un titolo alquanto acido:

"VLADIMIR BUKOVSKY (INTELLETTUALE IN ESILIO E NON EX SPIA) CONFERMA QUEL CHE GLI DISSE LITVINENKO SU TROFIMOV E PRODI, PRONTO A TESTIMONIARE IN ITALIA. ECCO RACCONTATA PER FILO E PER SEGNO LA TRAPPOLA CON UN MORTO, UN CARCERATO, UN ASSASSINATO MORALMENTE E LA COMMISSIONE MITROKHIN (NELLE INTENZIONI DEGLI ASSASSINI) FATTA A PEZZI E RIDICOLIZZATA - MA COSTORO HANNO FATTO MALISSIMO I LORO CONTI".

Ma ancora una volta tante domande sollevate (anche se da Bukovskij; a quanto pare l'unico requisito per risultare attendibili e informati ultimamente è essere un ex dissidente sovietico o del KGB; teniamo conto che la commissione Mitrokhin funzionava in questo modo)  ma non uno straccio di prova che Prodi effettivamente fosse un agente, perlomeno "coltivato", del KGB.  Tante domande ce le si potrebbe fare anche dall'altra parte, una parte a cui Guzzanti non sembra granchè interessato. Perchè Litvinenko e la sua cricca (compresa la defunta Politkovskaja e Lugovoij, il presunto assassino) erano molto vicino all'ex oligarca russo Boris Berezovskij, che era sostanzialmente un mafioso ai tempi delle privatizzazioni eltsiniane; una delle eminenze grigie che conducevano il paese per conto del presidente troppo impegnato a testare la qualità della Vodka; acerrimo oppositore di Putin in quanto, non essendo riuscito a mettere le mani sul potere nel '99, venne silurato quando il neo-presidente decise di farla finita con gli oligarchi e sostituirli coi servizi segreti e i "siloviki"; a detta di molti legato a doppio filo coi ribelli ceceni, la cui ribellione avrebbe aperto la strada ai sordidi giochi per le elezioni alla presidenza nel '99? Perchè tutta la stampa occidentale ha esaltato all'estremo la Politkovskaja e i suoi libri di denuncia (principalmente contro Putin), mentre quando un altro giornalista americano, Klebnikov (che aveva scritto dei libri contro Berezovskij e contro la politica occidentale in russia), venne eliminato con un colpo in testa nessuno scrisse una riga? Questo probabilmente perchè solo i comunisti fanno gli intrighi. La cosa grottesca è che Guzzanti continua a parlare di autogol di Repubblica, mentre non si accorge che tutte queste mail che pubblica sul suo blog, non cambiano assolutamente la sostanza, pur creando una querelle dalla quale sono molto eccitati i suoi sostenitori. Querelle basata sul fatto Prodi e fosse un agente del KGB, e che sapesse del luogo dove Moro era rinchiuso.

E' interessante aprire una piccolissima parentesi sul come Guzzanti rispondesse dell'operato della sua commissione. Una sua intervista a fine 2005 rilasciata a "Nessuno TV" scatenò scalpore, in quanto il presidente della Mitrokhin, relativamente al sequestro di Aldo Moro, affermava: "Moro è stato poi tenuto nascosto in un luogo, peraltro noto a Romano Prodi". In seguito ad un'altra trasmissione, "l'ora del buon governo", rispondeva alle domande di un giovane "giornalista" estasiato e ammirato dalla presenza del rosso senatore, ma poco informato sui fatti. Il senatore parlava del fatto che Prodi fece passare alcuni giorni dalla famosa "seduta spiritica" prima di dare l'informazione di Gradoli alla sede della DC a Roma, e in seguito lo addita come una delle persone che determinarono la morte dello "statista" democristiano. Guzzanti sembra rimproverare Prodi del fatto che, avendo avuto quest'informazione, l'abbia trattata con tanta leggerezza, aspettando parecchio tempo prima di informarne le autorità (la seduta era del 2 Aprile, l'informazione fu riferita il 6). Insomma il fatto che Prodi non abbia preso sul serio da subito tale informazione, ma si sia convinto dopo poco dovrebbe essere un elemento a suo discarico: cioè non avrebbe preso troppo sul serio la gioconda faccenda della seduta. Guzzanti, che chiaramente tratta con disprezzo la faccenda "seduta" (citando la faccia orripilata di Sciascia che guardava Prodi deporre alla Commissione Moro), e dice che chi avesse "pensato di avere l'informazione giusta sul covo" avrebbe dovuto immediatemente chiamare SISMI, DIGOS, ROS, Pompieri ed esercito, senza aspettare qualche giorno (ma non riteneva "grottesca" ed "offensiva" l'intera storia?). Quindi ritiene che Prodi avesse già l'informazione (dice che Prodi "mente sapendo di mentire"), o in alternativa ritiene che avendola ottenuta durante la seduta (assieme ad altre 11 persone) non si sia mosso con sufficiente rapidità. Insomma se prende sul serio la seduta è un idiota, se non lo fa è la talpa. Guzzanti insinua altro. Che Prodi avrebbe dato l'indicazione del paese Gradoli per informare i brigatisti presenti in via Gradoli 96 a Roma di fare le valigie. Il "raid" nel paesino Gradoli è del 6 Aprile. Il 18 Aprile viene invece perquisito il covo di via Gradoli. Curiosamente, contro ogni regola delle BR che non consentiva di utilizzare i covi abitativi come magazzino, viene ritrovato pieno di armi e volantini, sparpagliati per tutto l'appartamento. Perchè avendo avuto ben due settimane di tempo dall'avvertimento di Prodi avrebbero lasciato una tale concentrazione di prove e di armi utili all'organizzazione? Mistero. Nella relazione finale di maggioranza (quella non votata) di Guzzanti, l'episodio di via Gradoli viene descritto in maniera allusiva. Invece precedentemente, il 18 Marzo, una squadra della Polizia Statale si era recata (probabilmente dietro soffiata) all'appartamento di via Gradoli, quello dove in seguito sarebbe stato scoperto il covo. Gli agenti bussano. Non apre nessuno. I vicini, interrogati, affermano di aver sentito spesso rumori simili a "comunicazioni morse". Gli agenti come minimo avrebbero dovuto irrompere. Così non fanno e se ne vanno tranquilli. Questo è il commento riportato sulla relazione di maggioranza della Commissione relativo a questo episodio (pg. 229):

"Il giorno 18 marzo 1978 vi si recano cinque agenti di polizia, guidati dal brigadiere Merola, per perquisire gli edifici della strada, in esecuzione delle disposizioni generali impartite dalla Direzione generale di PS [...] Se qualcuno voleva avvertire gli inquilini di un covo, ubicato al numero 96, quando non c'erano telefonini, come avrebbe potuto fare? Un vero rompicapo."

Davvero. Il modo migliore era inviare una squadra di polizia, recentemente rinvigorita dalla "Legge Reale", a dare un occhiata. Il fatto che non abbiano fatto altro che bussare lascia intravedere più un intervento dei servizi piuttosto che di un delatore (sempre Prodi?). Non viene inoltre spiegato la PS, che impartì le "disposizioni generali", da chi avrebbe ricevuto l'informazione. Ma c'è altro, relativamente al 18 Aprile, giorno del falso comunicato del lago della Duchessa dove si annunciava la morte di Moro. Lo stesso giorno veniva scoperto il covo in via Gradoli. Come descrive la scoperta la relazione di maggioranza?

"la scoperta del covo di via Gradoli avvenne per la già menzionata infiltrazione idrica causata da una doccia “a telefono” con tubo flessibile lasciata aperta e rivolta verso il muro, in corrispondenza di una sconnessione tra le piastrelle del rivestimento"

Effettivamente viene riportato il fatto che l'appartamento fu scoperto proprio perchè una doccia a telefono era stata appoggiata aperta in coincidenza con una fessura del muro che avrebbe causato l'infiltrazione. Ma Guzzanti, nella già citata trasmissione, dopo essersi scagliato con livore contro Prodi, tagliava corto (minuto 8.25 circa) sull'infiltrazione (argomento centrale, a cui dedica circa 3 secondi del discorso), provocata con evidente intento di far scoprire l'appartamento (la stessa relazione della commissione non avanza ipotesi... Guzzanti accusa i giornalisti di aver preso come una cosa "buffa" la seduta e il piattino, ma non approfondendo la storia dell'infiltrazione compie lo stesso identico errore). Casualmente lo stesso giorno viene trovato il falso comunicato del lago della Duchessa, probabilmente scritto dai servizi, per far sapere che le BR erano sotto il loro controllo (perlomeno questa è l'opinione di Giorgio Galli; sembra che al lago della duchessa le BR avessero spesso utilizzato un ponte radio). Insomma la "grande penna" glissa su argomenti centrali, come il ruolo dei servizi negli affari BR (a quanto pare per Guzzanti i servizi sovietici avevano le mani dappertutto, invece "Gladio", quindi CIA, NATO e SISMI erano dei poveri scemi). Glissa sul fatto che in via Gradoli c'erano diversi appartamenti usati dai servizi, come in via Caetani. Punta tutto sul piattino (con un approfondita analisi tecnica delle dimensioni di piatto e carta geografica, oltre a una perizia sull'attendibilità di tale gioco) e sul Prodi informatore (allusivamente nella relazione, con forza nelle interviste; gli altri membri della seduta, 12 in tutto, vengono nominati sporadicamente).

Chiusa la parentesi ci ritroviamo col solito Guzzanti che combatte contro il "linciaggio" nei suoi confronti, quando le unche prove a sostegno della sua amata commissione Mitrokhin sono parziali, di seconda, terza o quarta mano (compreso il famoso dossier Impedian, o archivio Mitrokhin), e non confermabili. Tira in ballo argomenti spinosissimi, come la strage di Bologna, la preparata invasione del Patto di Varsavia in Europa, Ali Agca e Breznev, o il fatto che i servizi segreti orientali avrebbero incoraggiato atti terroristici selvaggi in tutti i paesi occidentali. Questo mentre gli Stati Uniti incoraggiavano, finanziavano e proteggevano sanguinarie dittature subfasciste in tutto il mondo. Perchè se i russi avevano le mani in pasta ovunque avvenivano sanguinosissime repressioni "anticomuniste" (in realtà anti-qualsivoglia-dissidenza, e ben dopo che Berija era stato giustiziato e i suoi metodi abbandonati) in sudamerica e nel sud-est asiatico? Perchè trent'anni di dittatura democristiana, condita con stragismo, tensione, P2 e Mafia? A quanto pare i comunisti brutti e cattivi erano potentissimi e controllavano tutto, però i massacri quelli veri, i colpi di stato militari, le dittature e l'esclusione del 30 per cento dell'elettorato italiano dal governo avvenivano per davvero, ma col supporto di un altra parte politica. Ma divagazioni a parte il lavoro di Guzzanti è ben utile e serve ad alimentare il dubbio, il che, per quanto può sembrare vago, arriva ad un obbiettivo ben preciso. Screditare Prodi & Co davanti l'elettorato, non essendoci riusciti del tutto con l'inconsistente commissione Mitrokhin e con Telekom Serbia. Possibile in un paese in cui per i massimi "intellettuali" come Galli Della Loggia la Commissione Mitrokhin e la sentenza per mafia di Andreotti sono sostanzialmente sullo stesso piano.

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categoria:politica, critica
sabato, 27 gennaio 2007

Da qualche tempo, sulle testate giornalistiche nazionali (oltre che sull’ampia blogosfera), si sta svolgendo una battaglia senza esclusione di colpi tra il senatore Paolo Guzzanti, e i due cronisti di punta di Repubblica, Bonini & D’avanzo. Una battaglia tutt’altro che politicamente disinteressata, da una parte come dall’altra. E’ importante la ricostruzione dei fatti. Il 26 novembre viene pubblicata un intervista su Repubblica a Evgeni Limarev, ex agente del KGB, consulente di Mario Scaramella, a  sua volta consulente della fu commissione Mithrokin, presieduta nei cinque anni passati dall’onorevole senatore Paolo Guzzanti, e conclusasi senza una relazione definitiva messa ai voti. In questa intervista, fatta però, effettivamente, agli inizi del 2005, si descrivevano diversi incontri tra lo stesso Limarev e Guzzanti, e si accusava il senatore di essere a capo di non meglio definite “strutture segrete”, atte a screditare il buon nome di Romano Prodi ed altri membri dell’attuale maggioranza, descritti come “uomini del KGB in Italia" ai tempi della cortina di ferro. Lo stesso Limarev ha poi smentito (dopo un successivo incontro col senatore) di aver mai incontrato Guzzanti, dichiarando di essere stato ingannato dallo Scaramella, che gli avrebbe presentato un sosia ben truccato, in luogo del senatore, versione a cui Guzzanti dice di non credere; in un articolo del suo blog dichiara: “[la versione del sosia] mi sembra un po’ improbabile ma non sta a me indagare”. A quanto pare sta indagando su tutto per scovare la verità, ma il fatto che in giro vada un sosia che millanta un identità fittizia, cioè di essere un senatore della Repubblica Italiana, sembra non disturbarlo troppo. Oltretutto non oppone alcun tipo di argomentazione alternativa. Ma per accreditarsi all’ampio pubblico di lettori forzaitalioti, immagino debba pur dare l’immagine del giornalista sgamato.

Ma la vicenda continua. Dal momento che al servizio di Guzzanti su Panorama (dove parlava di alcuni attacchi di Limarev a Bonini & D’avanzo, che avrebbero "manipolato" le sue parole), a sua volta Limarev rispondeva scrivendo a Repubblica, smentendo a sua volta le dichiarazioni attribuitegli da Panorama, giudicandole distorsioni del senso del suo discorso, il buon senatore decide di mettere le cose in chiaro.  E Guzzanti, per mettere le cose bene in chiaro, annuncia con squilli di tromba di avere 5 ore di conversazione “on the record” della loro precedente discussione (quella dove si scopriva del "sosia" portato a spasso da Scaramella), che chiariranno tutto (lo stesso espediente, usato da Limarev nella lettera a Repubblica per smentire Panorama). Dice che metterà le parti fondamentali della registrazione (oculatamente selezionate da lui) direttamente sul blog. In barba alle accuse dei sostenitori presenti sul sito che in qualche commento criticano il metodo usato dal giornalista Gianni Minoli, che, in una puntata di “la storia siamo noi”, mandava una sua intervista a Oleg Gordievsky (transfugo del KGB e collaboratore dei vari servizi segreti occidentali), ma montando le domande in seguito in studio, eliminando l’effetto “diretta” e rendendo il tutto passibile di manipolazioni. Ma dal momento che Guzzanti ha esplicitamente dichiarato che “Quelle (quasi) cinque ore di interrogatorio saranno presto a disposizione orale sul questo blog, in audio, [ma] c’è un problema: pesano troppi mega e bisogna smembrarle; ma io ho tutto e non devo aspettare nulla”, non si capisce perché, considerando la coerenza dei frequentatori del blog, non si paventi alcun tipo di possibile manipolazione di Guzzanti stesso. Oltretutto per il momento il senatore azzurro ha caricato esclusivamente un paio di scampoli (circa un minuto sulle cinque ore dichiarate) che vanno direttamente a suo vantaggio. Ma aspettiamo fiduciosi.

Ma che afferma lo scampolo di dialogo con Limarev? “They [Bonini & D’avanzo] have told me: “we are not interested in some Mario Scaramella […], but we’re very much interested checking everything on Mr. Guzzanti”. Questo l’eccezionale scoop. I due giornalisti di Repubblica chiedono di sapere quanto più possibile di Guzzanti (l’intervista era dell’inizio del 2005), tralasciando Scaramella. Forse operazione faziosa, di non grande giornalismo, ma certo non criminosa. Guzzanti commenta in tal modo l’operato dei due: “Che pagina di giornalismo e di etica, non e’ vero?”. Vero. Ma da che pulpito. Le intercettazioni dei dialoghi tra Scaramella e Guzzanti mettono certamente in luce il credito e l’incoraggiamento dato al consulente nel trovare “prove” (cioè dichiarazioni di dubbi ex agenti del KGB, che oserei definire il massimo dell’affidabilità) della contiguità tra Prodi e altri col KGB. Oltre ad incoraggiare indagini per svelare che la Cassa di Risparmio di San Marino, che aveva ampie quote nella Nomisma di Prodi, era sotanzialmente del KGB. Prove che, a quanto pare, non sono mai state trovate. Una pagina di conduzione di commissione parlamentare particolarmente etica.

Ma un altro personaggio a cui si aggrappa disperatamente Guzzanti è Oleg Gordievsky, di cui pubblica un altro scampolo di conversazione registrata, dove dichiara all’incirca: “Parlando con dei dipendenti del 5° dipartimento del kGB, ho sentito delle voci [rumors] per cui Prodi era molto popolare tra i dipendenti del 5° dipartimento. Ma non ho potuto sapere se effettivamente fu reclutato, e quindi mi trovo nella posizione di non poter dire se fosse un agente effettivo del KGB. Non l’ho mai saputo: ma era molto popolare tra i membri del 5° dipartimento”. Uno scoop da far impallidire Seymour Hersh.

Ora, il Guzzanti si basa sulle ferree deposizioni di questi dubbi personaggi, oltretutto giudicandone l’attendibilità di volta in volta, a seconda che dicano cose che vanno a vantaggio suo o di Repubblica. Non deve essere in auge l’idea che solitamente un testimone o è credibile o non lo è, non a seconda dei casi. Ma la cosa interessante è che gli stessi “testimoni” si contraddicono e si attaccano tra di loro. Per Gordievsky, Limarev sarebbe “un provocatore al soldo dei servizi russi”, notizia riportata dallo stesso blog di Guzzanti. Accusa a cui Limarev risponde duramente dal suo blog (stufo della bagarre internazionale ha deciso di intervenire di persona e buttarsi nella blogosfera): “I consider these accusations as very serious, severe and baseless, will thoroughly check if Mr Gordievsky has really pronounced them, if yes – will hold him to legally account for it”. E quindi non si capisce. Se Limarev è un provocatore dell’FSB, ha tutto l’interesse a salvaguardare la propria attendibilità, confondere le carte, dare un colpo al cerchio (Repubblica) e uno alla botte (Guzzanti), e quindi non sarebbe attendibile per nessuno: altro che arma inattaccabile per scagionarsi. Altrimenti è una persona onesta e Gordievsky diventa inattendibile e con una visione distorta dei fatti (compreso Prodi “popolare” tra l’ex KGB). Tutti e due non si può, e Guzzanti si sta aggrappando da ogni parte veda un appiglio, portando avanti la sua battaglia per la “verità”.

Guzzanti continua difendersi dicendo che egli non era a capo di alcuna “struttura segreta”, come inizialmente attribuitogli da Limarev, atta a screditare Prodi & Co. Infatti. Egli aveva un arma molto più potente e “pulita”. Era a capo di una commissione parlamentare d’inchiesta, supportata dall’intera maggioranza, con la quale poteva assicurarsi la consulenza dei più discutibili faccendieri, pagati coi soldi pubblici. Se Guzzanti non fu a capo di alcun disegno politico atto a mazzolare la passata opposizione e l’attuale governo (egli dichiara di non aver spinto sulla Mithrokin in campagna elettorale, per onestà politica; ma di sicuro ora ne sta facendo una crociata per salvare il culo e bruciarlo al governo), fu però a capo di una commissione parlamentare particolarmente delicata, che si basava fondamentalmente sulle esternazioni di una pletora di consulenti cialtroneschi. Scaramella, nonostante Guzzanti passi tra la difesa della sua buona fede, e l’attacco per i suoi metodi, è in carcere per calunnia aggravata e continuata nei confronti dell'ex agente del KGB Aleksandr Talikun, che avrebbe (a detta si Scaramella) ordito un attentato nei confronti suoi e del presidente di commissione (aiutato da 4 cittadini ucraini, attualmente in carcere, denunciati dallo stesso Scaramella, in quanto in possesso di qualche granata RPG, fermati grazie alle fin troppo precise informazioni del consulente). Guzzanti, ascoltato al processo di Teramo ai 4 ucraini, dichiara: "Confermo che [le informazioni sul progetto di attentato] mi sono state date da Scaramella, Litvinenko e Limarev". Anche qua i personaggi diventano attendibili a seconda che ciò che dicano vada a carico o scarico dei diretti interessati. Ma Scaramella è lo stesso che ebbe informazione, dal radioattivamente passato a miglior vita Alexander Litvinienko, che prodi era “un nostro uomo [del KGB] in Italia”. Informazione a sua volta avuta da tal colonnello Trofimov (Litvinienko si è deciso a confermare questa informazione a Scaramella in video, dietro compenso, solo dopo che la fonte Trofimov era già passata a miglior vita), che l’avrebbe addirittura avuta da una terza fonte. Insomma prove d’acciaio. Anche perchè trasmesse dalla BBC (ampi strali lanciati dai guzzantiani sul fatto che da noi tale registrazione non ha trovato posto negli adeguati spazi televisivi; un po' come la famosa intervista a Borsellino che parlava di Mangano, mafia e Dell'Utri). Che si aggiungono ai tanto brillanti risultati della Mithrokin che vedevano in Prodi uno dei principali organizzatori e protettori del sequestro e dell'uccisione di Moro.

Questo mi interessa. Guzzanti ha guidato un carrozzone, da lui fortemente voluto, con metodi e personaggi decisamente poco attendibili, capace di infangare il più o meno buon nome della parte politica avversa. Tutto il resto, le spie, i colonnelli e i capitani, può sprofondare. Ma quello che sta cercando di fare Guzzanti è nascondere, dietro ad un immensa bagarre che non sarà mai effettivamente verificabile e che non porterà mai da nessuna parte, le sue responsabilità come Presidente della Mithrokin, passando da accusato ad accusatore. E ci sta riuscendo alla grande.

Edit 01-02-07: il Sen. Guzzanti, dopo avermi bannato dal suo blog (sigh), ad un utente che chiedeva legittimamente: "Perchè mai il proprietario del blog [...] diversamente da ciò che succede nella maggior parte dei blog può avvertire la necessità di visionare preventivamente tutto ciò che viene pubblicato? [...]trovo che sia penalizzante per l’immagine del “proprietario” gestire un blog in modo non libero (si può dire) tantopiù per un proprietario che appartiene ad uno schieramento che fa della libertà la parola d’ordine" rispondeva testualmente: "Questo blog l’ho costruito per i miei propositi politici al servizio, così l’intendo io, del mio Paese. Quindi non è un forum. Quindi decido io se e che cosa va bene e che cosa no. Esattamente come si fa a Repubblica, al Corriere sul Foglio e sul Giornale". Immagino poco gli importi il fatto che il blog, a differenza dell'informazione cartacea guidata da interessi pubblicitari-partitici-politici-governativi, serve proprio per permettere la libertà di discussione, e raccogliere un ventaglio di opinioni più ampio della pagina delle lettere accuratamente selezionate di Repubblica, de L'Unità o di Libero. Ma evidentemente avere già a disposizione grossi canali mediatici come Panorama o Il Giornale non gli basta. Il che immagino la dica lunga sull'idea della casa delle cosiddette libertà, e segnatamente del Sen. Guzzanti, dell'informazione e della corretta esposizione dei fatti (abbastanza ridicolo questo scagliarsi sulle "opposizioni", dal momento che il rapporto tra gli utenti del blog "guzzantiani" e "critici" pende già favorevolmente verso i primi per circa 10-20 a 1). Oltre a trasformare il suo blog in un organo di propaganda di stampo fascista, anzichè un auspicabile pacato luogo di confronto su uno argomento di cui la gente vorrebbe semplicemente sapere di più, potendo avere la di per sè innovativa possibilità di dialogare direttamente con la parte di "istituzione" direttamente interessata .

Edit 04-02-07: ad oggi, delle quattro ore di conversazione con Limarev che Guzzanti aveva promesso di rendere pubbliche, è a disposizione sempre e solo la stessa del 22 Gennaio (1 min 57 sec), dove era detto che a Bonini&D'avanzo interessava solo di Guzzanti. Restiamo in fiduciosa attesa delle restanti 3 ore 58 minuti e 3 secondi. Soprattutto quei settori dove Limarev parlerebbe di "fabbricazioni".

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categoria:politica, critica
giovedì, 28 dicembre 2006
Spesso capita di chiedersi perchè il più grosso giornale italiano abbia una serie di collaboratori che, per quanto professoroni rinomati e veterani, risultano spesso non poco imbarazzanti. I soliti insomma, Panebianco, Ostellino, Galli Della Loggia e Magdi Allam (ora promosso vicedirettore). Soprattutto l'ultimo, che, sulla carta, dovrebbe rappresentare il punto di contatto tra la cultura arabo-islamica e quella cristiano-occidentale (è quello che chiede venga fermata la costruzione della moschea a Colle Val D'elsa, in quanto cadrà irrimediabilmente nelle mani dell'UCOII e quindi dei Fratelli Musulmani; lo stesso che vi si scagliava contro in quanto "finanziata con denaro pubblico", salvo poi spiegare che i danari provenivano dalla Fondazione Monte Paschi di Siena, quindi non dalle casse comunali; la stessa moschea che la buona Fallaci voleva far saltare assieme ai suoi amici anarchici immaginari). Insomma, il portavoce del tanto ciarlato "islam moderato" (definizione quanto mai obrobriosa). Questo potrebbe essere vero se non fosse che Allam è in realtà un perfetto figlio dell'occidente, e sembra aver abbandonato qualsiasi parvenza culturale arabo-islamica, se non in forma di mera vestigia. O forse è semplicemente il buon senso e l'informazione che viene a mancare ai tanto cari editorialisti del Corrierone.

Per esempio oggi, il nostro islamico-vestigiale si lancia in un attenta analisi del conflitto somalo. Con un abile quanto elegante schema autodomanda-risposta riesce ad infilare una serie di imprecisioni e boiate che perdura per tutto l'articolo.
Ad esempio:

"È una guerra a connotazione religiosa tra un Paese filo-occidentale e cristiano, contro un altro musulmano legato al Mondo arabo e islamico? Non dovrebbe esserlo, perché in realtà la maggioranza degli etiopici sono musulmani, così come il suo esercito continua a affidarsi a un armamento prevalentemente russo, mentre l’intesa con gli Stati Uniti è un fatto recente."

Certo, non foss'altro che l'alleanza etiopica con gli USA è precedente sia al governo di transizione somalo sia alla più grossa offensiva delle corti islamiche attuale. Inoltre le mire annessioniste dei somalo-etiopici dell'Ogaden (circa 4 milioni in Etiopia) dovrebbe essere un motivo sufficiente ad un intento normalizzatrice verso la Somalia. Altro che religione.

"È una guerra sostanzialmente illegale scatenata in aperta violazione del diritto internazionale? No, dal momento che l’Unione Africana ha riconosciuto il diritto dell’Etiopia a difendere la propria sovranità minacciata dalle mire espansioniste delle Corti islamiche che hanno riesumato il proposito di realizzare la «Grande Somalia», e che le stesse Nazioni Unite si sono finora astenute dal condannare l’azione militare etiopica pur auspicando una soluzione politica."

E due in uno. La guerra attuale sarà anche approvata dall'UA (approvata: nessuna forza di interposizione è stata creata, se ne è solo ipotizzata una nella risoluzione ONU 1725, ma teoricamente mandata dall'IGAD, non dalla sola Etiopia, oltretutto escludendo i paesi confinanti...), ma l'intervento segreto delle truppe etiopi (senza alcun mandato), nei primi mesi negato da Addis Abeba, in marcia verso Baidoa è ben precedente al placet dell'UA. Inoltre l'irredentismo dell'Ogaden non è appannaggio esclusivo delle Corti Islamiche, bensì degli stessi somali-etiopici che si ritengono formalmente parte della Somalia.

"Sarei pronto a scommettere che di qui a qualche mese prevarrà la tesi secondo cui se la Somalia sarà diventata il nuovo fronte della «guerra santa islamica» di Bin Laden e dei suoi emuli, la colpa sarà di Bush che avrebbe istigato l’Etiopia a occupare un Paese che, tutto sommato, stava cominciando a conoscere una certa tranquillità."

Tranquillità? La Somalia, nonostante la recente creazione del governo di transizione, è ancora in mano ai  warlords, sostenuta da una serie di regimi bassati sull'arbitrio, l'estorsione, la violenza e lo stupro. Il GFT , sin dalla sua nascita in effetti ha avuto potere sull'area di Baidoa, dove è stato trasferito da Nairobi. L'unica tranquillità conosciuta effettivamente poteva risultare quella delle aree occupate dai Tribunali Islamici, una volta scacciati i baroncini della guerra. Sergio Passadore, volontario del Cisp (una ONG europea), da diversi anni in Somalia, descrive così la situazione: "Prima dell'avvento delle Corti Islamiche la situazione in Somalia e nella capitale era divenuta impossibile. Tutti giravano armati, c'erano sparatorie, agguati e delitti. Quanto sto per dire apparità incredibile, ma quando sono arrivate le Corti la situazione è migliorata, Mogadiscio è diventata più tranquilla e la povera gente ha smesso di vivere nella paura." (fonte: L'Unità 29-12-06).

"È comunque una guerra tra l’Etiopia e la Somalia? No, dal momento che l’esercito etiopico è entrato in Somalia su richiesta del Governo transitorio somalo, che è la sola autorità riconosciuta dalla comunità internazionale."

In effetti il GFT è l'unica autorità riconosciuta internazionalmente. Ma visto l'elogio preventivo della politica Bushista, che è una grossa, grossissima fetta della comunità internazionale, è curioso non venga nominata la fiducia ed il finanziamento USA-CIA fornito all' Alleanza per il ristabilimento della pace e contro il terrorismo (Arpct), formata dai molti signori della guerra pronti a prendere le armi contro le infiltrazioni Quadiste (in teoria), ed in seguito esclusivamente contro l'Unione dei Tribunali Islamici (Uti). Ecco un autorità non riconosciuta internazionalmente, ma fortemente propalata da uno dei paesi che tira maggiormente le fila delle decisioni internazionali.

"Né si scongiurerà questa nefasta prospettiva continuando a corteggiare, così come stanno facendo l’Unione Europea e la Lega Araba, le Corti islamiche affinché tornino al tavolo del negoziato. Ma se sono stati loro a farlo fallire e a tentare un colpo di mano per eliminare del tutto il Governo transitorio somalo arroccato a Baidoa!"

In effetti per far saltare il tavolo c'è stata buona volontà da ambo le parti. Baidoa che chiede segretamente l'intervento etiope mentre intavola qualche sorta di negoziato a Khartoum, mentre le Corti Islamiche denunciano l'invasione di Addis Abeba e corrono ai ripari, per non trovarsi col classico cerino in mano.  Inoltre presidente del GFT (assieme ad una pletora di warlords presenti in qualità di ministri del governo di transizione) vi è sempre stato il colonnello Yussuf Abdullahi, già "signore" del Puntland, contrario a qualsiasi accordo e a qualsiasi movimento islamista, tanto da essersi portato avanti col lavoro sopprimendone diversi durante il passato governatorato del Puntland.

Suvvia Magdi, si può fare di meglio la prossima volta.
postato da: Machiavellico alle ore 17:24 | Permalink | commenti (2)
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